Un semplice esame del sangue potrebbe aiutare a capire chi, dopo un primo infarto, rischia di andare incontro a un secondo evento cardiovascolare.
È il risultato di una ricerca condotta dal Centro Cardiologico Monzino IRCCS, guidata dalla professoressa Marina Camera, responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare e docente di Farmacologia all’Università degli Studi di Milano.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Thrombosis and Haemostasis, ha identificato un nuovo biomarcatore piastrinico capace di predire la mortalità cardiovascolare a cinque anni nei pazienti con malattia coronarica già colpiti da infarto.
Il ruolo delle piastrine e del Tissue Factor
Il protagonista della scoperta è il Fattore Tissutale, noto anche come Tissue Factor, una proteina chiave nei processi di coagulazione.
Quando questa proteina è espressa sulla membrana delle piastrine, definite in questo caso TF positive, può innescare la formazione del trombo che è alla base dell’infarto.
I ricercatori hanno dimostrato che la percentuale di piastrine TF positive circolanti rappresenta un predittore indipendente di mortalità cardiovascolare nei pazienti già in terapia antitrombotica dopo un primo evento.
Secondo Marina Camera, lo studio colma un vuoto importante nella stratificazione del rischio trombotico. Oggi si sa che circa il 20, 30 per cento dei pazienti che hanno avuto un infarto va incontro a un nuovo evento cardiovascolare nonostante le terapie disponibili.
Fin a questo momento, però, non esistevano strumenti capaci di identificare con precisione questi soggetti ad alto rischio.
Oltre gli score tradizionali
Attualmente la valutazione si basa su punteggi di rischio che considerano età, familiarità, fattori di rischio cardiovascolare e biomarcatori solubili.
Strumenti utili, ma che forniscono informazioni soprattutto su ciò che è già accaduto, come il danno al miocardio o l’infiammazione sistemica.
Mancava un indicatore biologico diretto, legato al meccanismo stesso della trombosi.
Le piastrine, centrali nella formazione del trombo, rappresentano per questo un bersaglio ideale nella ricerca di nuovi marcatori prognostici.
I numeri dello studio
La ricerca ha coinvolto 527 pazienti coronaropatici seguiti presso il Monzino.
L’analisi ha evidenziato che chi presenta una percentuale di piastrine TF positive superiore al 4 per cento ha un rischio da tre a sette volte maggiore di morte cardiovascolare nei cinque anni successivi rispetto a chi ha valori inferiori, indipendentemente da altri fattori clinici e dalla terapia antipiastrinica in corso.
Un dato netto, ma anche un potenziale cambio di paradigma nella prevenzione secondaria.
Verso una prevenzione personalizzata
L’identificazione precoce dei pazienti più fragili apre la strada a un approccio sempre più personalizzato.
La misurazione del TF piastrinico potrebbe affiancare in futuro gli strumenti clinici tradizionali, migliorando la gestione dei pazienti coronaropatici e consentendo strategie terapeutiche più mirate.
Il test è semplice: per il paziente basta un prelievo di minime quantità di sangue. Per il laboratorio è sufficiente un citofluorimetro, strumento già utilizzato in ambito diagnostico, ad esempio per la tipizzazione delle leucemie.
Il prossimo passo sarà la realizzazione di studi multicentrici su larga scala per confermare i risultati e valutarne l’applicazione nella pratica clinica quotidiana.
La ricerca continua e con essa la possibilità di prevenire nuovi infarti prima che si manifestino.

