La ricerca sull’Alzheimer apre nuove prospettive, ma deve affrontare un ostacolo concreto: la difficoltà di trovare persone che possano partecipare agli studi clinici. In occasione della Giornata mondiale Alzheimer del 21 settembre, il Rapporto mondiale 2026 di Alzheimer’s Disease International (ADI) porta al centro del dibattito le opportunità delle sperimentazioni e le condizioni necessarie per renderle più accessibili. Il documento è dedicato alla nuova fase della ricerca clinica sulle demenze.
Secondo i dati riportati da Alzheimer Italia e ripresi dall’agenzia DIRE, sono 158 le possibili terapie in valutazione in oltre 192 studi clinici nel mondo. Per otto studi di fase III, una fase avanzata della sperimentazione, il completamento è atteso entro il 2026.
Alcuni trattamenti hanno dimostrato di poter rallentare la progressione della malattia in determinate persone nelle fasi iniziali. Un risultato significativo, che non equivale però alla disponibilità di una cura risolutiva.
Perché servono 350.000 volontari
Per gli studi attivi occorrono circa 55.000 partecipanti, ma per raggiungere questo numero è necessario coinvolgere almeno 350.000 persone nei percorsi di selezione. I criteri di ammissione sono infatti rigorosi e non tutte le persone valutate possono essere incluse.
La differenza tra questi due numeri aiuta a comprendere la portata della sfida: la disponibilità a partecipare è essenziale, ma deve accompagnarsi alle caratteristiche cliniche richieste da ciascun protocollo.
A rendere più difficile il reclutamento contribuiscono l’accesso limitato agli accertamenti specialistici e il ritardo con cui spesso si arriva alla diagnosi.
Diagnosi tempestiva, un passaggio decisivo
Secondo le stime riportate nella nota, il 75% delle persone che convivono con una demenza nel mondo non riceve una diagnosi formale. In alcuni Paesi la quota può raggiungere il 90%.
Riconoscere la condizione tempestivamente permette di avviare un percorso di assistenza, ricevere informazioni e valutare le opportunità terapeutiche appropriate. È anche un passaggio rilevante per la ricerca, soprattutto quando gli studi riguardano le fasi iniziali della malattia.
Su questo tema si concentra la campagna sostenuta da Alzheimer Italia: «Prima lo sai, di più puoi fare: la diagnosi di demenza è importante».
Tra i cambiamenti da non trascurare figurano difficoltà di memoria che interferiscono con la quotidianità, problemi nelle attività abituali o nel linguaggio, disorientamento, alterazioni del giudizio, dell’umore e del comportamento, difficoltà visive e spaziali e progressivo ritiro dalla vita sociale. Questi segnali non consentono, da soli, di formulare una diagnosi: richiedono una valutazione medica.
Ridurre il rischio, senza colpevolizzare
Accanto alla ricerca sui trattamenti, resta centrale la riduzione del rischio. La Commissione Lancet ha stimato che intervenire sui fattori modificabili potrebbe prevenire o ritardare fino al 45% dei casi di demenza a livello di popolazione. Una stima che non rappresenta una garanzia individuale.
Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, aggiornate nel luglio 2026, rafforzano l’attenzione verso comportamenti salutari, gestione delle condizioni associate a un rischio maggiore e riduzione dei fattori ambientali. Movimento, attività cognitive e relazioni sociali, alimentazione equilibrata, stop al fumo e controllo di pressione, glicemia e colesterolo rientrano nelle azioni indicate.
La presidente di Alzheimer Italia, Katia Pinto, sottolinea che chi sviluppa una demenza non deve sentirsi responsabile della propria condizione. Per rendere possibili scelte salutari servono anche politiche pubbliche: servizi accessibili, ambienti sani e opportunità di movimento e socialità.
In Italia oltre 1,4 milioni di persone con demenza
La ricerca deve procedere insieme all’assistenza. Secondo i dati richiamati dal segretario generale di Alzheimer Italia, Mario Possenti, nel nostro Paese convivono con una demenza oltre 1.430.000 persone, destinate a diventare circa 2.200.000 entro il 2050.
Possenti richiama la necessità di finanziamenti continuativi e servizi capaci di accompagnare le persone negli anni. I progetti a termine non possono rispondere, da soli, a bisogni assistenziali prolungati.
Il sostegno ai caregiver e all’intera famiglia diventa quindi parte integrante del percorso di cura. Una diagnosi tempestiva e i progressi della ricerca possono tradursi in benefici concreti quando trovano una rete di assistenza in grado di accogliere le persone e seguirle nel tempo.

