Fischi, ronzii e sibili che compaiono all’improvviso, anche nel silenzio.
Non è un fenomeno raro ed è sempre più diffuso tra i giovani.
In occasione della Giornata Mondiale dell’Udito del 3 marzo, un’indagine realizzata da Doctolib.it su 2.500 italiani tra 18 e 85 anni accende un campanello d’allarme: il 75% dei 18-34enni dichiara di aver sperimentato acufeni, il 21% spesso, il 54% occasionalmente. Solo uno su quattro afferma di non averne mai sofferto.
L’acufene è la percezione di suoni in assenza di stimoli esterni. Può presentarsi come un fischio continuo, un ronzio, un tintinnio. Un segnale che l’orecchio sta chiedendo attenzione.
Giovani e rumore, un equilibrio fragile
Il dato si intreccia con un’altra evidenza significativa: l’80% degli under 35 riferisce difficoltà nel seguire una conversazione in ambienti rumorosi, come ristoranti o locali, almeno qualche volta. Il 31% afferma che accade spesso.
Più della metà, il 56%, si è sentita dire di tenere il volume di tv, smartphone o cuffie troppo alto. Eppure il 61% non ha mai effettuato un controllo dell’udito.
“Non esiste ancora una vera cultura della prevenzione uditiva”, spiega il dottor Flavio Arnone, otorinolaringoiatra di Doctolib.it.
Molti pazienti tendono a pensare che siano gli altri a non scandire bene le parole. Oppure che il televisore abbia un audio difettoso. In realtà, sottolinea lo specialista, l’udito non si perde improvvisamente: si riduce in modo graduale e spesso ce ne accorgiamo quando il danno è già avanzato.
All’inizio si perdono le frequenze acute, fondamentali per distinguere consonanti come “s”, “f” e “t”. Il volume può sembrare adeguato, ma il parlato diventa confuso.
L’acufene, inoltre, non è solo un fastidio. Può compromettere concentrazione e sonno, generare ansia, incidere sulla qualità della vita.
Auricolari, concerti e la regola del 60:60
Lo stile di vita gioca un ruolo centrale: questa, infatti, è la prima generazione cresciuta con auricolari, streaming musicale, call di lavoro in cuffia, concerti frequenti e locali ad alto volume.
Secondo la survey condotta a febbraio 2026, il 27% dei giovani tra 18 e 34 anni utilizza auricolari o cuffie da una a tre ore al giorno. Un ulteriore 15% supera le tre ore quotidiane.
Il 67% frequenta concerti, cinema o locali rumorosi almeno qualche volta l’anno. Tra questi, l’80% non usa mai tappi protettivi. Solo il 2% li utilizza sempre.
Le motivazioni sono rivelatrici: il 54% teme di rovinare l’esperienza di ascolto, il 28% prova imbarazzo.
“L’uso delle cuffie non va demonizzato, ma richiede educazione”, precisa Arnone. Il rischio reale sta nella combinazione tra volume elevato e durata dell’esposizione.
Una buona pratica è la regola del 60:60, ascoltare al massimo al 60% del volume per non più di 60 minuti consecutivi.
Ancora più preoccupanti, però, sono i picchi sonori di concerti e discoteche senza protezione. La sensazione di stordimento o il fischio che compare dopo una serata, anche se temporaneo, è un segnale di sofferenza dell’orecchio.
Il danno neurosensoriale, ricorda lo specialista, è spesso irreversibile.
Non solo giovani: prevenzione ancora trascurata
Il problema non riguarda esclusivamente gli under 35. Il 37% degli intervistati dichiara di non aver mai effettuato un controllo dell’udito. La percentuale sale al 41% tra le donne e si attesta al 29% tra gli uomini.
Persistono anche barriere culturali. Il 19% degli italiani si dichiara riluttante o imbarazzato all’idea di indossare un apparecchio acustico, mentre il 3% lo rifiuterebbe categoricamente.
Eppure la salute dell’udito è strettamente legata alla salute del cervello.
“L’ipoacusia non trattata è uno dei principali fattori di rischio modificabili per il declino cognitivo e la demenza”, evidenzia Arnone. Intervenire precocemente può ridurre o ritardare questo rischio, proteggendo il cervello dalla carenza di stimoli, dall’isolamento sociale e dal sovraccarico cognitivo.
Sentire bene significa vivere meglio. Ignorare i segnali, anche quando sembrano lievi o transitori, può avere conseguenze a lungo termine. Anche per i più giovani.

