Riconoscere l’Alzheimer sempre prima è un traguardo importante. Capire come evolverà nella singola persona è la sfida ancora aperta. A centoventi anni dalla prima descrizione della malattia, la ricerca dispone di strumenti sempre più sofisticati per individuarne le tracce biologiche. Ma tra un esame positivo e la comparsa di una demenza non esiste un percorso uguale per tutti.
A sottolinearlo è Paolo Maria Rossini, direttore del dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele di Roma, in una nota che fa il punto sui progressi diagnostici e terapeutici e sulle domande ancora senza risposta.
«Siamo davvero entrati in una fase nuova, anche se è fondamentale non creare false illusioni», spiega il neurologo. L’obiettivo è avvicinare diagnosi precoce e medicina personalizzata, interpretando gli esami alla luce della storia e delle condizioni di ciascun paziente.
Biomarcatori nel sangue: cosa possono dirci
Tra gli strumenti più studiati ci sono i biomarcatori plasmatici, indicatori rilevabili attraverso un prelievo di sangue. Particolare attenzione è rivolta alla p-tau217, una forma della proteina tau associata ai processi patologici dell’Alzheimer.
Il vantaggio potenziale è rendere l’indagine biologica più accessibile: un prelievo è meno invasivo e più facilmente ripetibile rispetto alla puntura lombare utilizzata per analizzare il liquor, e può semplificare il percorso degli accertamenti.
Resta però una distinzione essenziale: individuare alterazioni associate all’Alzheimer non equivale a prevedere con certezza la futura comparsa di demenza. Come ricorda Rossini, un biomarcatore positivo, considerato da solo, non consente ancora una prognosi individuale accurata.
Le modificazioni biologiche possono precedere i sintomi, ma persone con alterazioni simili possono avere evoluzioni cliniche differenti.
Il progetto Interceptor e il rischio di progressione
In questo spazio si inserisce Interceptor, progetto promosso e finanziato da Aifa in collegamento con il Ministero della Salute e sviluppato attraverso una rete nazionale di centri di ricerca.
Secondo quanto riportato nella nota, lo studio ha integrato informazioni cliniche, test neuropsicologici, dati genetici, neurofisiologici, immagini cerebrali e biomarcatori per costruire modelli di stima del rischio di progressione dal disturbo cognitivo lieve alla demenza.
I risultati finali, riferisce il San Raffaele, sono stati pubblicati su Alzheimer’s & Dementia. Lo strumento sviluppato punta a stimare, nelle persone con un declino cognitivo lieve già presente, il rischio di sviluppare una demenza entro tre anni.
Si tratta di una prospettiva importante per orientare la presa in carico. Una stima del rischio resta comunque distinta da una previsione certa del destino individuale.
Il disturbo cognitivo lieve, o MCI, indica difficoltà cognitive misurabili che non compromettono sostanzialmente l’autonomia nelle normali attività quotidiane. Non coincide automaticamente con l’Alzheimer e solo una parte delle persone interessate sviluppa successivamente una demenza.
Perché alcuni cervelli resistono meglio?
Una delle domande centrali riguarda la cosiddetta resilienza: la capacità di mantenere un buon funzionamento cognitivo nonostante la presenza di alterazioni biologiche.
Due persone possono mostrare segnali associati alla malattia e seguire percorsi molto diversi. Una può perdere progressivamente autonomia, mentre l’altra può conservare a lungo capacità cognitive soddisfacenti.
Comprendere i meccanismi protettivi potrebbe aiutare a identificare meglio chi presenta un maggiore rischio di peggioramento e a personalizzare controlli e interventi.
Nuovi farmaci, benefici e limiti
Anche il fronte terapeutico sta cambiando. Lecanemab e donanemab sono anticorpi monoclonali diretti contro la beta-amiloide, una delle proteine coinvolte nella patologia.
Il loro significato, sottolinea Rossini, è intervenire su un meccanismo biologico della malattia. Questo progresso non equivale però a una guarigione: i benefici clinici osservati sono contenuti e i trattamenti richiedono una selezione attenta dei pazienti e un monitoraggio specialistico.
Tra i rischi da sorvegliare figurano le anomalie di imaging correlate all’amiloide, indicate con la sigla ARIA. La disponibilità di approcci più mirati rende quindi ancora più importante capire chi potrebbe beneficiarne.
Vuoti di memoria: quando approfondire
Dimenticare occasionalmente un nome o un appuntamento non significa avere l’Alzheimer. A meritare attenzione sono soprattutto cambiamenti persistenti, progressivi e diversi dal funzionamento abituale della persona.
Ripetere spesso la stessa domanda, disorientarsi in luoghi familiari, faticare sempre più a seguire una conversazione o a svolgere attività prima gestite senza difficoltà sono segnali da discutere con il medico.
I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, i CDCD, rappresentano il riferimento specialistico per valutazione, diagnosi e presa in carico. Il percorso integra storia clinica, visita neurologica, test neuropsicologici e, quando indicato, imaging e biomarcatori.
È dall’insieme di queste informazioni che può nascere una medicina più personalizzata, capace di accompagnare nel tempo la persona e la sua famiglia.

