Sab, 17 Ottobre 2026
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Le nuove cure non bastano: da Catania il richiamo degli infettivologi alla prevenzione

Alla prima Eastern Sicilian Conference il confronto tra specialisti italiani e internazionali su HIV, antibiotico-resistenza e infezioni ospedaliere. Cacopardo: «Abbiamo portato avanti protocolli, idee e programmi futuri di collaborazione».

«Un bilancio straordinariamente positivo. Abbiamo discusso sui temi più vari, li abbiamo sviluppati, non solo enunciati: ci abbiamo ragionato, abbiamo portato avanti protocolli, idee e programmi futuri di collaborazione». 

È il professor Bruno Cacopardo, coordinatore scientifico, a tracciare il resoconto della prima Eastern Sicilian Conference, che si è svolta all’Hotel Nettuno di Catania sul tema “Frontiere nelle malattie infettive: dalla sorveglianza alla cura”. Una giornata di confronto tra specialisti italiani e internazionali sulle possibilità offerte dalle nuove terapie e sulle strategie per prevenire e contrastare le infezioni.

Cacopardo ha ripercorso i temi affrontati: «Abbiamo cominciato con l’HIV, abbiamo parlato del futuro delle terapie long acting, a lunga durata, poi della stewardship dell’antibiotico, delle terapie antifungine e del trattamento delle infezioni da Gram positivi e Gram negativi multiresistenti. Con Rezza abbiamo parlato della preparazione a eventuali ulteriori pandemie». Un percorso che ha affiancato all’innovazione terapeutica la gestione appropriata dei farmaci e il controllo delle infezioni nelle strutture sanitarie.

Proprio sulla preparazione alle emergenze infettive, il coordinatore scientifico ha richiamato la necessità di non dimenticare l’esperienza del Covid: «Non siamo ancora preparati a un’evenienza infettiva di tipo pandemico, perché è complicato prevederla ed è complicato gestirla, come ha dimostrato anche la stessa campagna di vaccinazione». Un invito a mantenere alta l’attenzione che riguarda anche le infezioni correlate all’assistenza: «Ci sono passi in avanti importanti; bisogna vedere se questi miglioramenti, queste novità, ci consentiranno di ridurne l’incidenza».

Ad aprire il congresso con i saluti istituzionali è stato il dottor Giuseppe Giammanco, direttore generale dell’Arnas Garibaldi, che ha sottolineato il valore della prevenzione e dell’integrazione tra ospedale e territorio: «Da una parte i vaccini, dall’altra la corretta gestione degli antibiotici e l’attenzione alle patologie emergenti. L’insieme di queste attività permette di dare una risposta non solo in maniera reattiva, ma anche proattiva, dando opportunità di salute vera alla popolazione».

Il congresso, con la direzione scientifica di Bruno Cacopardo, Arturo Montineri, Carmelo Iacobello, Giuseppe Nunnari e Giuseppe Liberti, ha sviluppato il confronto a partire dalle priorità della pratica clinica, dalla diagnosi precoce alla qualità di vita dei pazienti.

Sull’HIV, il professor Giuseppe Nunnari, ordinario di Malattie infettive dell’Università di Catania, ha riportato l’attenzione sull’accesso alla diagnosi e sull’informazione: «La cosa più importante oggi, da un punto di vista sociale, è invitare la gente a testarsi. È importante mettere in piedi robuste campagne di formazione e implementare i test per l’HIV».

Alla qualità della vita delle persone con HIV ha dedicato il proprio intervento il professor Paolo Maggi, ordinario di Malattie infettive dell’Università Kore di Enna: «Non basta essere efficaci nel sopprimere il virus, dobbiamo creare strumenti per contrastare l’infiammazione residua di questi pazienti. Dobbiamo prenderci il tempo necessario per fare prevenzione delle comorbidità».

Il professor Maurizio Celesia, direttore di Malattie infettive a Modica, ha affrontato il tema del sarcoma di Kaposi, richiamando l’attenzione sul suo riscontro anche in persone meno immunocompromesse: «Il problema di come evitare che ciò accada sta nel trovare una piena aderenza al trattamento da parte dei pazienti e nel mantenere la replicazione virale sempre la più bassa possibile».

Alle infezioni fungine e alle nuove possibilità di cura è stato dedicato l’intervento della dott.ssa Federica Cosentino, dirigente medico di Malattie infettive del Garibaldi Nesima: «Ci sono buone notizie, incoraggianti. Dobbiamo però ricordarci di utilizzare bene questi farmaci, perché fatto il farmaco compare subito la resistenza: è necessario applicare i criteri di stewardship non solo alle infezioni batteriche, ma anche a quelle da funghi».

Il dott. Agustín Estévez Prieto, dell’Ospedale universitario Gregorio Marañón di Madrid, ha approfondito la gestione della candidemia: «Dobbiamo conoscere i fattori di rischio del nostro paziente, non solo quelli classici, ma anche quelli che vediamo oggi nella pratica clinica. Una volta identificati, è cruciale andare a un trattamento empirico adeguato».

Il rapporto tra nuovi antibiotici e resistenze è stato al centro del contributo della dott.ssa Martina Beltrami, ricercatrice dell’Università di Siviglia: «Da una parte abbiamo l’interesse individuale del paziente, che è sempre il primo interesse del clinico; dall’altra un interesse ecologico, quello di evitare lo sviluppo delle resistenze. È un percorso molto lungo, ma ci sono segnali positivi che non vanno persi e che vanno portati avanti».

Sul fronte delle infezioni correlate all’assistenza, il dott. Arturo Montineri, direttore di Malattie infettive del Policlinico San Marco di Catania e componente della direzione scientifica, ha richiamato la necessità di una risposta estesa al territorio: «La maggiore emergenza attuale è quella delle infezioni correlate all’assistenza e delle infezioni da germi multiresistenti. Serve una strategia One Health, che coinvolga tutti gli aspetti della sanità, compresa quella veterinaria e ambientale: è una battaglia molto complessa».

Il dott. Carmelo Iacobello, consulente infettivologo e componente della direzione scientifica, ha evidenziato i progressi terapeutici e il lavoro ancora necessario sulla prevenzione: «Rispetto a dieci anni fa ci troviamo di fronte a una serie di antibiotici che hanno cambiato radicalmente i paradigmi delle infezioni ospedaliere: oggi possiamo curare meglio questi pazienti. Rimane un grosso cono d’ombra sulle procedure di profilassi e di controllo delle infezioni, che dovrebbero essere implementate e migliorate».

Alla decontaminazione delle superfici nelle strutture sanitarie è stato dedicato l’approfondimento del dott. Giustino Parruti, direttore di Malattie infettive dell’Asl di Pescara: «Tutta questa dinamica mostra ancora una volta quanto siano importanti il lavaggio delle mani e la corretta protezione del paziente. Siamo alla ricerca costante di strumenti che rendano possibile ridurre il rischio di contaminazione del malato, anche in presenza di un ambiente a rischio, decontaminando le superfici di contatto».

Il professor Carlo Tascini, ordinario di Malattie infettive a Udine, ha affrontato le polmoniti comunitarie e ospedaliere, sottolineando il ruolo della diagnosi microbiologica e dell’uso appropriato delle terapie: «Oggi fortunatamente abbiamo nuovi antibiotici, però vanno usati con giudizio, quando c’è bisogno. Utilizzare le risorse per evitare le infezioni è sicuramente il primo passo che dobbiamo fare».

Il dott. Roberto Rostagno, dirigente medico di Malattie infettive a Vercelli, ha richiamato l’importanza dell’inquadramento diagnostico nelle infezioni delle protesi articolari: «Una protesi articolare che genera dolore è da considerare infetta fino a prova contraria. La prima cosa è fare un’artrocentesi, prelevare del liquido per farlo analizzare: in quel modo vediamo già se siamo di fronte a un’infezione oppure no».

Alle opportunità offerte dagli antibiotici a lunga durata d’azione ha dedicato il proprio intervento il prof. Andrea Marino, ricercatore in Malattie infettive: «Sono utili come terapia di completamento: inizio la terapia in ospedale e la completo in regime di day hospital. I dati ci dicono che abbiamo risultati positivi in termini clinici, di qualità della vita e anche economici».

La preparazione alle epidemie e alle pandemie è stata al centro della lectio magistralis del professor Giovanni Rezza, dell’Università San Raffaele di Milano. Un richiamo alla continuità della prevenzione, anche nei comportamenti quotidiani: «La lezione l’abbiamo imparata in parte, ma non la manteniamo. Dal punto di vista dei comportamenti bisogna ricordarsi che è necessario adottare tutte le precauzioni possibili per far sì che non si verifichi quello che si è verificato, soprattutto con la prima ondata del 2020».

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