Ven, 9 Dicembre 2022
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Denti, solo il 30% degli over 40 ha quelli naturali

Sotto accusa gengive infiammate, sempre più deboli, piano piano non offrono più sostegno ai denti, che senza un adeguato intervento diventano mobili e cadono

I denti possono durare per tutta la vita e perderli con l’avanzare dell’età non è normale ed è evitabile grazie a percorsi diagnostici e cure all’avanguardia che possono mettere in salvo denti e gengive: risultati possibili solo se prima viene eleminata la parodontite. Il dato italiano non è purtroppo tra i migliori: secondo un’indagine Doxa, solo il 30% delle persone con età superiore ai 40 anni ha tutti i propri denti naturali e ben il 25% tra i 65-74enni non può più vantare nessun dente proprio, fino ad arrivare a oltre il 50% tra gli over 75.

Sotto accusa gengive infiammate, sempre più deboli, piano piano non offrono più sostegno ai denti, che senza un adeguato intervento diventano mobili e cadono. Succede a moltissimi: gli italiani a rischio di restare senza sorriso per una parodontite grave sono almeno 3,5 milioni, circa il 15% dei 25-30 milioni di italiani con un’infiammazione gengivale.

Alla gestione della loro malattia sono dedicate le nuove Linee Guida europee sulla parodontite di IV
stadio, in via di pubblicazione e discusse durante il XXII
Congresso Nazionale della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP): una diagnosi e una presa in carico tempestive, unite a tecniche all’avanguardia, rendono oggi possibile salvare le gengive e scongiurare un’ulteriore perdita dei denti.

“A oggi uno degli obiettivi più importanti e una delle sfide principali per ciascuno odontoiatra è quello di conservare più a lungo possibile gli elementi dentali naturali – commenta Nicola Sforza, presidente SIdP -. Ciò significa innanzitutto promuovere la prevenzione primaria, adottando una buona igiene orale che, se associata a un corretto stile di vita e a controlli periodici dal dentista, permette di mantenere la salute della bocca a 360°. La minaccia più insidiosa per la conservazione nel tempo dei denti naturali – sottolinea Sforza – è la malattia parodontale, una patologia complessa legata all’accumulo di placca batterica nel cavo orale che va a colpire le strutture di sostegno e supporto del dente, come l’osso alveolare e il tessuto gengivale.
Immaginiamo che i denti siano la casa in cui abitiamo, la malattia parodontale va a colpire le fondamenta della casa stessa che tenderà quindi a crollare. I pazienti con una parodontite grave oltre ad avere il tessuto gengivale molto compromesso e ad aver perso già diversi elementi dentali, con notevoli disabilità fino addirittura ad una vera e propria invalidità, soffrono spesso di altre malattie sistemiche correlate alla parodontite come il diabete, l’ipertensione arteriosa o altre cardiopatie che rendono ancora più complicata la gestione complessiva della loro condizione orale – spiega l’esperto -. A questo stadio della malattia è presente una grave disfunzione masticatoria e il paziente ha perso svariati denti, ma può ancora salvare quelli che rimangono. Dedicare cure specialistiche a questo obiettivo è fondamentale, curando i denti ancora presenti in modo che durino nel tempo e sostituendo quelli mancanti con impianti e/o protesi tradizionali in base alla valutazione complessiva del paziente e dopo recupero della salute orale complessiva. E’ infatti noto come gli impianti, pur rappresentando una modalità straordinaria per sostituire i denti mancanti, devono essere utilizzati soltanto una volta che il paziente è guarito dalla parodontite, per evitare che anche i tessuti intorno agli impianti possano ammalarsi fino alla perdita degli stessi”.

Le nuove Linee Guida europee sottolineano che per il trattamento della parodontite di stadio più grave è indispensabile che siano coinvolte più competenze professionali e che sia massima la personalizzazione dell’intervento in base allo scenario clinico, alle evidenze scientifiche, ma anche a fattori extraclinici come le aspettative riabilitative del paziente, le sue disponibilità di tempo ed economiche e anche in base all’abilità e alla formazione dell’operatore. “La parodontite di IV stadio deve essere affrontata con terapie interdisciplinari che richiedono la collaborazione di parodontologi e igienisti, ortodontisti, endodontisti, restauratori e protesisti oltre che laboratori odontotecnici all’avanguardia, per garantire cure adeguate, appropriate e potenzialmente durature a lungo termine – aggiunge Luca Landi, past president SIdP -. Il primo passo però è sempre la risoluzione dell’infiammazione che provoca la parodontite: oggi è possibile spostare anche i denti che hanno perso più di metà dell’osso di supporto ma la terapia ortodontica, che consente anche una resa estetica ottimale, non può essere condotta se prima non si mette in sicurezza il tessuto gengivale di sostegno”.

Gli esperti ricordano inoltre l’importanza di non operare scelte drastiche che semplifichino il problema, togliendo denti salvabili e sostituendoli con impianti, ma puntando invece, ove possibile, a trattamenti interdisciplinari con il salvataggio dei denti e l’impiego di impianti per sostituire quelli persi, o in alternativa al salvataggio di alcuni denti e all’impiego di protesi parziali mobili senza ricorrere agli impianti, in base alla valutazione dei fattori clinici ed extraclinici relativi al paziente la cui centralità, nel piano di trattamento deve essere sempre garantita. “Così facendo si possono ridurre gli enormi costi medici e sociali della parodontite di IV stadio e dell’invalidità che questa provoca – conclude Sforza -. Ovviamente la vera sfida è evitare che il paziente arrivi a una parodontite grave, migliorando la prevenzione primaria e secondaria: non curare la gengivite, non diagnosticare una parodontite lieve o moderata e attendere che si arrivi alla parodontite di stadio IV è un azzardo medico, sociale ed economico oltre che una grave mancanza da un punto di vista etico”.

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